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Date: 15/10/2014

La Grotta dei Cappuccini dalla spiaggia della Marinella

ANTONIO MARINONI

La Grotta dei Cappuccini dalla spiaggia della Marinella

Bibliografia: Marinoni; M.Ricciardi, La costa d'Amalfi nella pittura dell'Ottocento, Salerno 1998.

 

Il ritrovamento di quest'opera inedita di Antonio Marinoni permette di aggiungere - grazie alla raffinatezza qualitativa del pezzo - un tassello prezioso al mosaico della pittura di paesaggio in Italia lungo la prima metà del XIX secolo. Giunto a Roma sullo scorcio del 1821 Marinoni si legò all'ambiente intellettuale romano rappresentato da Antonio Canova e da Leopoldo Cicognara. Introdotto dall'importanza delle relazioni il pittore frequentò per due anni lo studio del fiammingo Martin Verstappen, che arricchiva la tradizione paesista classica, derivata da Claude Lorrain, con il confronto sul reale studiato analiticamente in ogni dettaglio. Già nel 1822 Marinoni iniziò i suoi viaggi a Napoli, territorio forse ineguagliabile per gli spunti iconografici che poteva suggerire. Inoltre grazie agli esempi forniti da Anton Sminck van Pitloo, da Frans Vervloet e soprattutto da Giacinto Gigante iniziò a superare la minuzia fiamminga nel suo reportage dal vero in virtù di una nuova scioltezza delle pennellata e di un innovativo nitore dell'atmosfera. Da sottolineare l'episodio dei suoi contributi al Viaggio pittorico nel Regno delle Due Sicilie, pubblicato dalla tipografia Domenico Cuciniello e Lorenzo Bianchi tra il 1828 e il 1834, grazie al quale perfezionò sia la conoscenza con Giacinto Gigante - si ricorda che Gigante realizzò 32 tavole e Marinoni ben 29 sulle 180 totali - sia quella dei luoghi canonici del Grand Tour in Italia meridionale. Poi già dal 1853 il maestro bassanese abbandonò la pittura per problemi di salute.

La Grotta dei Cappuccini dalla spiaggia della Marinella, databile attorno al 1830, rappresenta in maniera paradigmatica la maturità raggiunta dall'artista nella pittura di paesaggio. Da un punto di vista compositivo l'equilibrio dell'inquadratura ricorda l'analogo soggetto di Raffaele Carelli e di Salomon Corrodi (Ricciardi 1998, pp. 212-213) e quindi al pari di questi diviene immagine tra le più suggestive mai realizzate del luogo. Il ricordo delle atmosfere dorate di lorrainiana memoria ereditate da Verstappen, e in parte dallo stesso Vervloet, è già passato in secondo piano. Al loro posto una finezza percettiva davvero sorprendente, inevitabilmente condizionata dalle frequentazioni con Gigante, e una pittura tonale che porta alla mente le contemporanee ricerche di Camille Corot, non a caso a Napoli esattamente tra il 1828 e il 1829.

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